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Siamo il Paese delle contraddizioni, il Paese in cui la più assurda delle ipotesi può drammaticamente trasformarsi in inconfutabile realtà.
Abbiamo tanti difetti noi italiani, il più grave dei quali è certamente quello di avere scarsa memoria, il che ci costringe a ripetere sempre gli stessi errori, a cader vittima degli stessi tranelli e degli stessi prestigiatori, che tuttalpiù possono cambiar volto, ma mai scopo.

Siamo ignoranti noi italiani, nel senso più genuino del termine, ignoriamo cioè ciò che siamo stati, ciò che abbiamo subito e quanto ci è costato poter chiamare questo lungo stivale “Italia”.
Ignoriamo cosa fu il Risorgimento, chi furono i Mazzini, i Garibaldi e i Cavour che del sogno di un’Italia unita fecero la propria ragion d’essere e ignoriamo tutto il sangue che per quel sogno fu versato;
Ignoriamo chi fu Silvio Pellico e cosa furono i moti Carbonari;
Ignoriamo quanto costò rendere Roma capitale e il numero degli eroici uomini, donne e persino bambini torturati e massacrati in nome della Resistenza, perché al nemico straniero non avrebbero mai più ceduto. Mai.
Eh sì, siamo di memoria debole noi italiani, ed è per questo che è così facile raggirarci, calpestarci.

Ed io non amo quest’Italia. L’Italia dei voltagabbana, l’Italia pronta a prostituirsi in cambio di qualche promessa, pronta a calpestare il diritto al voto per qualche spicciolo. Ma sapete quanto ci è costato quel diritto? Sapete quante vite sono state spezzate per permettere a voi miseri stolti di poter scegliere i vostri rappresentanti? E voi cosa fate? Come figli ingrati che succhiano avidamente il latte materno per poi sputarlo un attimo dopo, siete disposti a vendere il vostro voto per un paio di banconote. Vergognatevi.

Non mi piace questa Italia, anzi, la odio.
Odio l’Italia che con arroganza e superbia ricatta i dipendenti propinando loro lavoro in nero o con qualche contratto a progetto al limite della legalità, e in ogni caso, sottopagato, così come odio quell’Italia che subdolamente accetta tali condizioni, e magari persino ringrazia Iddio per quel tozzo di pane. Per quanto ancora avete intenzione di inchinare la testa e piegare la schiena?
Odio quell’Italia in cui è impossibile prenotare una visita medica con la sanità pubblica, ma è possibile averla di lì a mezz’ora se decidi di andarci privatamente;
Odio quell’Italia che osanna un leader politico come fosse un attore di Hollywood, che crede che i talk show siano programmi d’informazione, che riempie le piazze per un concerto ma non è disposto a protestare neanche se gli scaricano tonnellate di spazzatura accanto alla propria casa;
Odio quell’Italia sempre pronta a lamentarsi di tutto e tutti, dalle strutture scolastiche decadenti alle strade dissestate, ma è disposta a passar sopra a tutto, in cambio di un buono vacanze.
Odio quell’Italia che stupidamente continua a farsi governare da una Sinistra classista e da una Destra populista, e da un Movimento che ad oltre un decennio dalla sua fondazione, non ha ancora capito quale sia la sua ragion d’essere;
Odio l’italiano medio insomma, quell’italiano discendente di chi ha versato il proprio sangue per l’Italia, dei partigiani disposti ad accantonare i diversi orientamenti politici per combattere insieme in nome del tricolore… e con quale risultato? Per permettere ai loro successori di sventolare quel tricolore ogni quattro anni, durante i Mondiali di calcio.
Se mai un aldilà dovesse esistere, sono certa che i nostri avi si staranno guardando l’un l’altro chiedendosi se ne sia valsa la pena lottare per noi, per questa Italia che disprezza se stessa a tal punto da lasciarsi deflorare senza ritegno da chiunque voglia trarne profitto e godimento, sia esso un incravattato di Bruxelles, un politicante ignorante disposto a sostenere qualsiasi partito pur di non staccare il proprio deretano da quella poltrona da deputato, oppure un fondamentalista travestito da immigrato.
Sì, quest’Italia io la detesto, e non ho paura di dirlo a gran voce né di scriverlo più e più volte.

Ma accanto a questa brutta Italia, ce n’è un’altra di tutt’altra natura, un’Italia che amo ardentemente e di cui mi fregio dinnanzi al mondo intero, un’Italia di cui sono orgogliosa e a cui sono fiera d’appartenere, un’Italia che mi fa commuovere ogni volta che le prime note dell’Inno di Mameli si liberano nell’aria e che un tricolore sventola nel vento.
E’ l’Italia dei Cesari, del Colosseo e della Fontana di Trevi, della Via Appia e del Pantheon;
E’ l’Italia dell’amor cortese dantesco, dei tormenti interiori del Petrarca e delle novelle piccanti e sagaci di Boccaccio;
E’ l’Italia del Cristo Velato e del mecenatismo di Lorenzo il Magnifico, sotto la cui protezione vissero e operarono tra i tanti, Botticelli e il Verrocchio;
E’ l’Italia dell’Uomo Vitruviano, della Venezia dei Dogi, della Mole Antonelliana e del Teatro greco di Siracusa, della Basilica di San Nicola a Bari e del Duomo di Milano;
E’ l’Italia dei Promessi Sposi e del Gattopardo, di Vittorio De Sica e di Ermanno Olmi.
A ben notare, a far l’elenco dell’Italia che amo potrei riempire pagine e pagine, tanto è vasto il panorama entro cui la nostra millenaria cultura ha prodotto luminari e prodigi, modelli adulati e bramati ovunque nel mondo, ma ignorati, se non pur denigrati, qui in patria.

Esiste dunque un’Italia di andar fieri, peccato però che ce ne siamo oramai completamente dimenticati, permettendo così al barbaro dalle mille maschere di conquistarci a destra e a manca. E allora eccoli, i francesismi, gli inglesismi, gli americanismi, e via dicendo, quelli che io definisco all’unisono “barbarismi” entrare di prepotenza nel nostro linguaggio parlato e persino nel nostro vocabolario. E non venitemi a dire che questo è il progresso, perché non c’è nessun progresso del dire “ok” piuttosto che “va bene”, oppure “Exit poll” al posto di “sondaggio”, piuttosto c’è un’inconscia tendenza all’omologazione e, di conseguenza, ad annullare se stessi e la propria cultura.

Che tristezza constatare che tutto ciò avvenga proprio in Italia, in quella terra per secoli divisa in staterelli, comuni, signorie e regni, oggetto di scontro e soggetta a regnanti stranieri, mai ufficialmente unita, ma MAI oggettivamente conquistata.
Esattamente.
Perché per quanto quei famigerati francesi, spagnoli, austriaci e via dicendo, tentassero di conquistare appezzamenti di territorio più o meno vasti e tentassero di governarli secondo le proprie usanze, puntualmente accadeva che ad esser conquistati fossero loro, e non dalle nostre misere spade, ma dall’incommensurabile e millenaria cultura, in grado di penetrare più profondamente d’ogni arma da guerra.
Cosa rimane oggi della Napoli che conquistò i Borbone e della Firenze che ammaliò i Lorena?
Rimane tanto a dire il vero, ma ne abbiam perso la memoria. E la memoria, assieme alla passione, è ciò che rende una realtà tangibile, concreta, viva.
Senza memoria è come se non esistessimo più e l’Italia ad oggi, è un Paese che non esiste più.

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