0 Condivisioni

Il dolore frutto del dolore, l’impotenza asfissiante, l’incomprensione reciproca e la rabbia come manifestazione di puro amore.
Quello che emerge dalle pagine di Non è poesia, opera prima di Erika Riot, è un racconto nitido e perciò agghiacciante, della sua esperienza di bambina e di donna cresciuta accanto ad una madre malata di schizofrenia.
Un racconto autobiografico crudo di una realtà troppo spesso relegata al buio.

  1. Tu sei giovanissima, eppure, hai scritto un libro su di un argomento che risulterebbe eccessivamente ostico anche ad esperti del settore.
    Cosa ti ha spinto ad aprirti così?

    Il fatto che sicuramente tante persone stanno vivendo un’esperienza simile a quella di mia madre, alla mia. Assistiamo troppo spesso a fatti di cronaca che coinvolgono persone che, se fossero state adeguatamente seguite, forse non avrebbero commesso dei reati. Con questo non sto dicendo che un soggetto schizofrenico sia necessariamente pericoloso, non mi permetterei mai. Sto dicendo che hanno bisogno di non essere lasciati soli, di venire seguiti, anche quando loro stessi sembrano non volerlo. Perché lasciare che uno schizofrenico si ritiri nelle sue allucinazioni vuol dire permettere che possa perdere il lavoro, le amicizie, che possa perdere tutto quello che lo tiene ancorato alla realtà e quindi, pian piano, sé stesso. Ho scritto questo libro con l’obiettivo di denunciare la sensazione di abbandono e di impotenza che ho provato ogni volta che ho chiesto che venisse curata e mi veniva risposto che non posso essere io a deciderlo, che deve essere lei stessa a scegliere di intraprendere una terapia. Anche per l’interdizione o la scelta di un amministratore di sostegno, il giudice tutelare mi ha detto che serve una diagnosi recente e che lei comunque dovrebbe presentarsi alla nomina e dichiararsi d’accordo. Tutto questo è paradossale: come può una persona decidere di sua sponte di curarsi, se non è nemmeno cosciente di essere malata? Come può affermare di essere concorde con una sentenza che la dichiara di fatto parzialmente o totalmente incapace di intendere e di volere, se è convinta che le sue allucinazioni siano reali? Ho voluto lanciare forte il messaggio che il TSO non è un mezzo sufficiente per le patologie croniche come questa: c’è bisogno di assistenza continuativa, sia per il paziente sia per i familiari. Soprattutto c’è bisogno che, in caso di mancata coscienza della malattia, al paziente venga assicurato di essere comunque seguito. Una persona con un cancro ai polmoni, ad esempio, verrebbe curata anche se non capisse di che malattia si tratta. Trattandosi di una patologia degenerativa c’è bisogno che la persona ed i suoi caregivers vengano tutelati adottando lo stesso principio.
  2. La schizofrenia non è certamente poesia. Cos’è dunque?
    È prima di tutto incomprensione. Profonda, imperturbabile incomprensione. Questo è speculare: lo schizofrenico non riesce a comprendere il mondo che lo circonda, a distinguere tra realtà ed allucinazione, ma dall’altra parte anche il suo interlocutore non riesce ad entrare nel complesso sistema di significati che lo schizofrenico gli presenta. È una patologia che conosciamo ancora troppo poco e che, forse per questo, ancora oggi fa estremamente paura riconoscere. Molto spesso mi sono sentita dire “ma no non è malata, è solo strana” quando la diagnosi parlava chiaro ed anche la nostra quotidianità era tutto fuorché semplicemente “strana”. Io stessa, che vivevo con mia madre, ero divisa tra due mondi: costantemente in bilico tra la realtà e l’universo parallelo, immaginario, abitato da lei.
  3. Cosa vuol dire vivere accanto ad una persona che non tollera la sua stessa presenza?
    È lacerante. Ho visto mia madre sbattere fuori dalla sua vita, brutalmente, tutte le persone che le volevano bene. L’ho vista farsi del male da sola, rompere finestre, fare del male a me. Io a tutt’oggi ritengo di non sapere chi lei sia, davvero. Sotto quella coltre di nubi, chi c’è?  Questa è forse la cosa che mi ferisce di più. Ho dovuto allontanarmi da lei per poter sopravvivere, per non impazzire a mia volta. Ho dovuto scegliere tra lei e me. È una cosa disumana. Se fosse stata adeguatamente curata sin da subito probabilmente i suoi mostri non avrebbero avuto la meglio, non sarebbe arrivata a mostrare tanta violenza. Eppure con i “se” e con i “ma” non possiamo cambiare il passato, e quindi l’unica cosa che mi resta da fare è controllare, a distanza di sicurezza, che stia nelle migliori condizioni possibili.
  4. Cosa rappresenta per te la scrittura?
    Scrivere “non è poesia” per me è stata una grandissima richiesta di aiuto, l’ho scritto in un momento in cui non sapevo più cosa fare e come muovermi per proteggere mia madre e me stessa. È creare ponti, superare le distanze, arrivare da chi ha bisogno di leggere proprio quella storia. Per caso, per curiosità o per sentirsi meno solo. La cosa che mi fa piacere è che sto ricevendo un sacco di commenti di persone che si sono riconosciute nella mia storia. Sono oltre 245mila gli schizofrenici in Italia, se col mio libro riuscirò a convincerne anche solo uno a prendersi cura di sé stesso prima che sia troppo tardi o a far sentire la mia vicinanza ad un caregiver, stringerlo in un forte abbraccio di carta e dirgli “coraggio!”, potrò ritenermi davvero soddisfatta. Al di là di questo, al di là quindi delle storie vere come la mia, scrivere è soprattutto evasione, pace. Sto scrivendo altri pezzi, sicuramente più “leggeri”. Chissà se diventeranno mai dei libri
  5. Se fosse possibile, cosa diresti alla Erika bambina?
    CREDI IN TE STESSA, credici più forte che puoi. E ringrazia Dio o chi per lui per il tuo spirito ribelle, senza di esso ora saresti vuota materia, o semplicemente non saresti diventata quello che sei.
0 Condivisioni